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Suprema Corte di Cassazione

Repubblica Italia

In nome del Popolo Italiano

Sentenza del 28-08-2001, n. 11282, sez. 1

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto di citazione notificato in data 10 dicembre 1998 Stefano Contino proponeva opposizione avverso il decreto ingiuntivo del 2 ottobre 1998 emesso dal giudice di pace di Torino su ricorso della Alliaz Subalpina s.p.a. per il pagamento della somma di lire 484.370, oltre interessi e spese, relativa alla rata della polizza n. 49869197/00/010 scaduta il 7 marzo 1998.

Deduceva, a sostegno dell’opposizione, che non era tenuto al pagamento in quanto il contratto doveva ritenersi privo di effetto a seguito del proprio recesso comunicato con raccomandata del 15 gennaio 1998 e che la clausola di cui all’articolo 6 del contratto, con cui si riconosce solo all’assicurazione e non anche all’assicurato, dopo la verificazione del sinistro, il diritto di recedere dal rapporto era da considerarsi vessatoria ai sensi dell’articolo 1469 bis Cc, introdotto con legge 52/1996 e, come tale, inefficace.

Eccepiva poi l’incompetenza per territorio del giudice adito per essere competente il giudice di pace di Asti ove egli ha la residenza, il contratto è sorto ed i relativi pagamenti sono stati eseguiti. Rilevava infine che, essendo la rata scaduta da oltre tre mesi al momento in cui era stato emesso il decreto ingiuntivo, il contratto doveva ormai considerarsi risolto di diritto ai sensi dell’articolo 1901 comma 3 Cc.

Si costituiva la società opposta, deducendo l’inapplicabilità della richiamata disposizione in materia di clausole vessatorie in quanto il contratto di assicurazione era stato concluso prima dell’entrata in vigore di detta legge e comunque l’applicabilità del foro alternativo di cui all’articolo 20 Cpc che prevede anche la competenza del giudice dell’esecuzione del contratto. Sosteneva infine che l’avvenuta risoluzione di diritto ai sensi dell’articolo 1901 comma 3 Cc non faceva venir meno il diritto al pagamento della rata scaduta.

All’esito del giudizio il giudice di pace con sentenza del 26 aprile 1999 dichiarava la propria incompetenza per territorio e la competenza del giudice di pace di Asti, rilevando che, in virtù del principio sancito dall’articolo 5 Cpc, la previsione di cui all’articolo 1469 bis comma 3 n. 19 Cc, - che considera vessatoria la clausola che prevede come foro competente una località diversa da quella di residenza o di domicilio del consumatore anche se l’indicazione coincide con il foro legale - si applica anche ai rapporti sorti in epoca anteriore alla sua entrata in vigore ma non ancora esauriti, con la conseguente inefficacia della clausola medesima ai sensi del successivo articolo 1469 quinquies e l’impossibilità di avvalersi dei fori concorrenti previsti dall’articolo 20 Cpc.

Avverso tale sentenza propone ricorso per cassazione l’Allianz Sbalpina s.p.a., deducendo due motivi di censura illustrati anche con memoria.

Resiste con controricorso Stefano Contino.

MOTIVI DELLA DECISIONE


Con il primo motivo di ricorso l’Allianz Subalpina s.p.a. denuncia violazione delle norme sulla competenza in relazione all’articolo 360 n.2 Cpc. Deduce che erroneamente l’impugnata sentenza ha richiamato l’articolo 5 Cpc il quale, intendendo solo mantenere ferme per tutta la durata del processo la giurisdizione e la competenza, deve ritenersi estraneo ai fini di una corretta individuazione del giudice competente. Lamenta poi che il giudice di pace, nell’affermare l’applicabilità dell’articolo 1469 bis comma 3 n. 19 Cc ai rapporti sorti in epoca anteriore alla sua entrata in vigore, non abbia considerato l’articolo 10 della Direttiva Cee 5 aprile 1993 n. 13, recepita in Italia con Legge 6 febbraio 1996 n. 52 introduttiva degli articoli 1469 bis e segg. Cc, secondo cui tali disposizioni si applicano a tutti i contratti stipulati dopo il 31 dicembre 1994, mentre la polizza assicurativa in esame è stata stipulata il 7 marzo 1994 con scadenza 7 marzo 2004, con la conseguenza che tale normativa deve ritenersi inapplicabile e che un eventuale contrasto fra la normativa interna e quella comunitaria comporterebbe la disapplicazione della prima.

La censura - riguardante i limiti temporali di applicabilità dell’articolo 1469 bis n. 19 Cc introdotto con Legge 52/96 in attuazione della Direttiva Cee 93/13 e relativo alla competenza territoriale nelle controversie fra consumatori e professionisti - è infondata, dovendosi tale disposizione, per la sua natura processuale, ritenere applicabile ai giudici sorti dopo la sua entrata in vigore, anche se concernenti rapporti sorti precedentemente.

Il Collegio è consapevole del diverso orientamento seguito fin qui da questa Corte, sia con specifico riferimento alla normativa in esame (Cassazione 15101/00) che in relazione all’articolo 12 del D.Lgs. 59/1992, relativo ai contratti conclusi fuori dai locali commerciali (Cassazione 8465/96), ma non ne condivide le ragioni poste a sostegno le quali, nel negare la natura processuale a tali disposizioni che - sia pure diversamente modulate - indicano come foro competente quello di residenza o di domicilio elettivo del consumatore, ne sottolineano il loro inserimento fra le altre previste dalle rispettive leggi a tutela del consumatore per il riequilibrio delle rispettive posizioni delle parti contraenti ed i riflessi che anche la norma in esame sulla competenza assume inevitabilmente sul piano sostanziale, permeandosi così della stessa natura.

Invero, gran parte delle norme processuali che determinano la competenza territoriale è ispirata all’esigenza di tutela di questa o quella posizione processuale, ritenuta meritevole di maggiori garanzie. Lo stesso articolo 18, che riguarda il foro generale delle persone fisiche, ha lo scopo di agevolare il soggetto nei cui confronti si agisce, così come pure l’articolo 25 Cpc, relativo ai giudizi nei quali è parte l’Amministrazione dello Stato. Né può negarsi peraltro che anche altre norme processuali, che regolano aspetti diversi dalla competenza, siano ispirate alla stessa esigenza di tutela di una delle parti (ad esempio in tema di contumacia, di interruzione ecc.).

Non si vede quindi perché anche alla disposizione in esame di cui all’articolo 1469 bis n. 19 Cpc non debba essere riconosciuta natura strettamente processuale per il solo fatto che sia inserita nell’ambito di una più ampia normativa a tutela del consumatore e concorra al conseguimento di tale finalità.

Detta finalità del resto, pur ponendosi come motivo ispiratore della deroga alla competenza territoriale, non può assumere alcuna rilevanza ai fini della determinazione della natura della previsione normativa, desumibile unicamente dal suo contenuto il quale, riguardando la regolamentazione della competenza, non può non avere, per ciò solo, carattere processuale.

Legittimamente pertanto il giudice di pace ha richiamato l’articolo 5 il quale, ancor prima di affermare l’irrilevanza che ai fini della competenza assumono i mutamenti della legge e dello stato di fatto successivi al momento della proposizione della domanda, prevede che la determinazione della competenza (oltre che della giurisdizione) deve essere operata sulla base della legge vigente all’epoca di tale proposizione.

A tali conclusioni non si oppone validamente il richiamo della ricorrente all’articolo 10 della Direttiva Cee 5 aprile 1993 n. 13 - della quale la legge in esame costituisce, come si è detto, attuazione – secondo cui essa si applica solo ai contratti stipulati dopo il 31 dicembre 1994.

Al di là di ogni considerazione, è assorbente considerare, in base ad un principio ormai consolidato in giurisprudenza (Cassazione 15101/00; Cassazione 11571/97; Cassazione 2275/95 ed altre), che le disposizioni di una direttiva comunitaria con efficacia precettiva incondizionata hanno effetti cogenti solo nei confronti degli Stati membri cui sono, per loro natura, rivolte, mentre sono prive di rilevanza giuridica nei rapporti fra privati, da ritenersi regolati unicamente dalla legge nazionale, sia pure emanata in attuazione della direttiva.

D’altra parte dall’articolo 8 della Direttiva si desume che le varie previsioni in essa contenute costituiscono il livello minimo di protezione assicurato al consumatore, consentendosi così implicitamente agli Stati membri di adottare disposizioni più severe per elevarne la tutela ad un livello maggiore.

In armonia con tale specifica previsione deve ritenersi quindi perfettamente legittima una interpretazione che, in base ai principi del nostro ordinamento ed in assenza di un’espressa deroga, consenta l’immediata applicazione della disposizione sulla competenza, contenuta nella legge di attuazione, ai procedimenti promossi successivamente alla sua entrata in vigore, sebbene relativi a contratti sorti anteriormente.

Rimane in tal modo superato, sotto il limitato profilo in esame ed in relazione alla specifica previsione del richiamato articolo 5 Cpc, ogni ulteriore considerazione basata sull’articolo 11 delle disposizioni sulla legge in generale e sulla distinzione elaborata dalla giurisprudenza fra fatto generatore ed effetti non ancora esauriti ma ontologicamente autonomi.

Con il secondo motivo la ricorrente denuncia la violazione delle stesse norme sulla competenza, osservando che anche nell’ipotesi di inefficacia della clausola derogativa della competenza il giudice di pace di Torino sarebbe ugualmente competente in virtù dell’articolo 20 Cpc, potendo i premi essere corrisposti, ai sensi dell’articolo 2 delle Cond. Gen. Contr., sia presso l’Agenzia di Asti che presso la sede di Torino e non potendo considerarsi derogata anche tale norma processuale se si consideri che non sono vessatorie le clausole che riproducono disposizioni di legge (articolo 1469 ter comma 3 Cc).

Anche tale censura è infondata.

L’articolo 1469 bis n. 19 Cc, presumendo nei rapporti fra professionista e consumatore la vessatorietà della clausola contrattuale che stabilisca "come sede del foro competente nelle controversie località diversa da quella di residenza o domicilio eletto del consumatore", ha in sostanza introdotto, un foro esclusivo, anche se derogabile a seguito di trattativa individuale (articolo 1469 ter comma 4 Cc), che esclude in quanto tale, sia sotto il profilo dell’incompatibilità che per il principio della successione delle leggi nel tempo, ogni altro ed in particolare anche quelli di cui agli articoli 18 e 20 Cpc, indipendentemente della posizione processuale assunta dal consumatore, ponendosi rispetto alla normativa codicistica come foro speciale.

Se così non fosse del resto, se cioè no si ritenesse che si sia in presenza nella materia in esame della previsione di un nuovo foro esclusivo rispetto ad ogni altro, verrebbero frustrate le finalità di tutela processuale del consumatore perseguite con tale norma, svuotandola di significato nell’eventualità che la clausola vessatoria sia riproduttiva di una norma di legge, come nell’ipotesi, prospettata nel caso in esame dalla ricorrente, in cui il foro destinatae solutionis, cui fa alternativamente riferimento l’articolo 20 Cpc, coincida con la residenza del "professionista". In tal caso infatti, in virtù dell’articolo 1469 ter comma 3 Cc, la clausola, in quanto riproduttiva di una disposizione di legge, non potrebbe essere considerata vessatoria in base ad un’interpretazione letterale di tale ultima disposizione.

Ma nonostante la non felice formulazione della norma, una tale interpretazione non può ritenersi obbligata, ben potendosene privilegiare altra suggerita dalla dottrina ed in linea con la finalità della norma, di tutela del consumatore, in base alla quale le clausole riproduttive di una disposizione di legge non possono considerarsi vessatorie solo se riguardino previsioni di carattere generale che incidano sull’equilibrio delle parti e non già se si pongano in contrasto con le specifiche disposizioni di cui ai numeri da 1 a 20 della stessa legge ed in particolare, per quanto riguarda la competenza, con la disposizione di cui al n. 19 e non escludano quindi surrettiziamente il foro esclusivo del consumatore, a meno che la deroga non sia frutto di una trattativa individuale.

Diversamente, ripetesi, sarebbe da considerare inutile la stessa disposizione in quanto facilmente aggirabile in presenza dei vari fori alternativi che le norme sulla competenza prevedono e che legittimerebbe una competenza diversa da quella del foro del consumatore, nonostante la particolare rilevanza attribuita dal legislatore a quest’ultimo foro con la previsione, addirittura, della rilevabilità d’ufficio della clausola vessatoria (articolo 1469 quinquies comma 3 Cc), perfettamente in linea con l’interpretazione data alla Direttiva dalla Corte di Giustizia delle Comunità Europee con la sentenza 27 giugno 2000 in cause riunite da C-240/98 a C-244/98.

Così integrata nei suoi profili giuridici, merita conferma pertanto l’impugnata sentenza che ha dichiarato la competenza del foro del consumatore (Asti), accogliendo l’eccezione di incompetenza proposta sul presupposto del carattere vessatorio della clausola che aveva fissato la competenza nel luogo in cui la società di assicurazione ha la propria sede (Torino).

In considerazione della natura e della relativa novità delle questioni trattate, si ritiene di compensare totalmente le spese processuali.

 

PQM

 La Corte suprema di cassazione rigetta il ricorso e compensa le spese.

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